L’associazionismo italiano in migrazione, di Matteo Sanfilippo (CSE)

Matteo Sanfilippo (Centro Studi Emigrazione – Università della Tuscia)

Chi si occupa di migrazioni italiane in un arco plurisecolare sa bene che la vicenda dell’associazionismo ha un passato lunghissimo. Non è il frutto di quanto accaduto dopo l’Unità d’Italia, ma risale molto più lontano nel tempo. Per fare soltanto un esempio, a Roma tutti conosciamo il Pio Sodalizio dei Piceni a via di Parione, dal 1967 titolare di una Fondazione che sostiene gli studenti marchigiani nella capitale e di una notevole biblioteca, ricca di cinquecentine. L’attuale nome deriva dallo Statuto approvato nel 1899, ma già agli inizi del Seicento esiste una Associazione dei marchigiani a Roma, che nel 1633 diviene la Confraternita della Santa Casa di Loreto e nel 1677 l’Arciconfraternita della Nazione Picena. L’attuale associazione è dunque l’erede di una tradizione che ha più di quattro secoli di anzianità.

Ho scelto questo esempio a caso, essendo passato recentemente a via di Parione, ma si potrebbe estendere a quasi tutti i gruppi regionali italiani, quelli che nell’antico regime appartenevano allo Stato Pontificio, come appunto i marchigiani, e quelli che venivano da fuori, cioè da altri Stati pre-unitari. Questo ricchissimo associazionismo migratorio, che serviva a raggruppare coloro che veniva da una medesima area geografico-linguistica, aveva molteplici caratteristiche: associazioni di mestieri, società di mutuo soccorso ante litteram, confraternite o sodalizi religiosi legate alle chiese nazionali, ovvero a quelle chiese che accoglievano le persone venute da un determinato luogo e le servivano al di fuori della rete parrocchiale, la quale invece accoglieva chi abitava in una determinata porzione della città.

Tale meccanismo è particolarmente evidente a Roma, perché è sempre stata una città con una fortissima propensione ad accogliere (ma non sempre bene) gli immigrati, basti pensare che la Descriptio Urbis del 1527, il primo censimento su larga scala della città, suggerisce che i romani ammontavano al 68% della popolazione (ma vi sono compresi probabilmente anche tutti coloro che sono considerati cittadini in quanto sudditi dei pontefici) e gli immigrati al 32%. La maggior parte di questi ultimi proveniva dagli altri Stati della Penisola italiana, ma la componente non italiana non era piccolissima e costituiva il 7,3% circa del totale. Ovviamente il calcolo è puramente ipotetico perché i censimenti dell’età moderna contano i fuochi, ciò i focolari domestici e dunque le unità famigliari, ma non i singoli. Ma considerate, per avere un termine di paragone, che soltanto nel 2007 gli immigrati, comunitari ed extracomunitari, a Roma arrivano a toccare il 7,4% della popolazione residente.

Il meccanismo associativo, soprattutto se a fondamento religioso (una confraternita e magari una chiesa nazionale) o di mestiere (le associazioni dei norcini, che appunto venivano da Norcia), si ripete in tutte le più importanti mete di emigrazione nella Penisola, ma anche in quelle fuori della Penisola. Qui nasce, però, nel Quattro-Cinquecento una novità interessante: gli italiani si riconoscono o sono riconosciuti come tali al di là della loro appartenenza politica. A Madrid nel 1579 è fondato l’ospedale dei SS. Pietro e Paolo della nazione italiana in Madrid, volgarmente Hospedal de los Italianos. La cosa interessante è che nel consiglio sono statutariamente previsti 6 membri: 1 doveva rappresentare Roma, 1 il regno di Napoli, 1 quello di Sicilia, 1 Venezia o Milano, 1 Genova e 1 Firenze. Da notarsi che Napoli, Sicilia e Milano erano spagnole, ma venivano considerate italiane perché al tempo le ragioni culturali e linguistiche definivano una “natio”, piuttosto che l’appartenenza geopolitica.

Il duplice meccanismo associazioni locali (religiose o di mestiere) e nazionali diviene con il tempo tipica di tutti i luoghi dell’emigrazione italiana, nel Vecchio come nel Nuovo Mondo. Sennonché nell’Ottocento, prima dell’Unità, cresce il numero delle associazioni italiane, prima in genere legate soltanto alla gestione comune di una chiesa e di un ospedale di coloro che parlavano l’italiano. La propaganda mazziniana e poi garibaldina o comunque risorgimentale promuove numerose associazioni nazionalistiche che hanno come finalità l’unificazione dell’Italia, mentre la tradizionale organizzazione religiosa degli italiani è in difficoltà, rispetto a queste rivendicazioni. Prima del 1848 Garibaldi stesso offre in Brasile i suoi servizi al papa, rivolgendosi al pronunzio di questi, immaginando che Pio IX sia pronto a impegnarsi per unificare la Penisola. Il pronunzio rifiuta, con l’avallo della Segreteria di Stato Pontificia, e quando dopo il 1848 ritorna nelle Americhe, viene attaccato da tutte le organizzazioni degli esuli quarantottardi. Comincia una forte contrapposizione tra società nazionali o meglio nazionalistiche e quelle religiose e questa dicotomia si affianca a quella fra associazioni italiane e regionali o provinciali o comunali. Il contrasto prosegue anche dopo l’Unità, quando si aggiunge la presenza di attivissime associazioni socialiste, anarchiche, repubblicane. L’unico momento in qualche momento unitario dell’associazionismo italiano diventano i festeggiamenti del 20 settembre, considerati la vera festa nazionale. Per questa ragione, verso la prima guerra mondiale, anche esponenti della Chiesa e associazioni cattoliche iniziano a parteciparvi, nonostante che il Vaticano non cessi di reclamare per l’invasione di Roma e dello Stato Pontificio.

Nella fase post-unitaria abbiamo un ruolo sempre più pronunciato dello Stato italiano, che promuove all’estero associazioni in grado, almeno ipoteticamente, di dare lustro alla nazione e questa intromissione statale si accresce durante il fascismo, creando ulteriori spaccature tra associazioni nazionali fasciste e antifasciste, con quelle cattoliche spesso in dubbio su dove e come schierarsi. Neanche le associazioni localistiche si salvano da queste polemiche e può accadere che gli emigranti di uno stesso luogo si dividano tra due associazioni contrapposte, una cattolica e una anticlericale, una fascista e una antifascista, o che più farisaicamente appartengano a tutte e due. In ogni caso l’intromissione fascista suggerisce idee a quanto avverrà dopo, perché i consoli cercano (o sognano) di costruire una fitta rete di strutture ricreative, assistenziali e culturali (dopolavoro, scuole, gruppi giovanili), che saranno realizzate in seguito.

Dopo la caduta del fascismo la situazione non si tranquillizza del tutto perché permangono associazioni fasciste all’estero e alle vecchie associazioni monarchiche o antimonarchiche vanno a sostituirsi, ma non sempre con eccessiva facilità, quelle repubblicane. L’associazionismo non è infatti sempre povero e può avere in gestione scuole e ospedali o altre strutture. In particolare ora alla serie senza fine delle associazioni italiane vanno a sommarsi le sezioni all’estero dei partiti repubblicani e soprattutto le strutture sindacali o analoghe, che spesso svolgono funzioni di patronato analoghe a quelle sindacali, si pensi alle ACLI o alla FILEF. Il tema è caro a molti di noi qui presenti, data la nostra età, e ha avuto recentemente un degno coronamento cinematografico con Tre compagni di Montréal, un documentario di 52 minuti, di Bruno Ramirez (regia e sceneggiatura) e Giovanni Princigalli (regia e produzione), presentato il 21 giugno a conclusione del Festival del Cinema Contemporaneo Italiano, svoltosi proprio nella suddetta metropoli canadese. Tornerò più avanti sul film perché ha un risvolto che ci interessa.

Negli ultimi anni non sono stati molti gli studi sull’associazionismo all’estero, tuttavia Michele Colucci gli ha dedicato un paio di importanti lavori: L’associazionismo di emigrazione nell’Italia repubblicana, in Storia dell’emigrazione italiana, vol. I, Partenze, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi e Emilio Franzina, Donzelli, Roma, 2001, pp. 415-429; L’associazionismo tra gli emigrati italiani nell’Europa del secondo dopoguerra, “Archivio storico dell’emigrazione italiana”, 4, 2008, pp. 69-86. Senza contare gli studi sull’associazionismo in particolari realtà, si pensi al libro di Toni Ricciardi: Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera (Laterza 2013).

Colucci nota come il vero cambiamento non sia legato alla fine del fascismo e della monarchia, ma alla nuova emigrazione post-1957 (i vari accordi bilaterali che la favoriscono). Nelle nuove mete di emigrazione le associazioni non devono confrontarsi con analoghe istituzioni delle generazioni precedenti di emigranti, come accade invece nelle due Americhe, oppure in Francia, Gran Bretagna e Svizzera. L’assenza di una precedente tradizione associativa è un dato importante, sottolinea Colucci, perché permette la ricerca di percorsi autonomi e comporta la mancanza di un conflitto tra vecchi e nuovi emigranti. Nelle Americhe, in particolare in Brasile, Argentina e Stati Uniti tale conflitto è indice della più ampia conflittualità tra diverse generazioni di migranti, persino quando appartengono alla stessa famiglia. Inoltre le nuove mete di emigrazione prevedono una forte rotazione della manodopera italiana tra zone di partenza e di arrivo. Proprio questa dimensione temporanea dei flussi e il loro continuo ricambio favoriscono le associazioni che prestano servizi sociali rispetto a quelle ricreative e culturali tradizionali.

A partire dagli anni 1960 il governo italiano monitora le associazioni all’estero e In occasione della Prima conferenza degli italiani nel mondo (Roma, dicembre 2000) ricapitola tali dati. Pur tenuto conto dei buchi nella raccolta di informazioni, alcune circoscrizioni consolari non le hanno infatti fornite, si vede che l’associazionismo è soprattutto europeo: per numero di associazioni i primi quattro paesi sono infatti la Svizzera (1438), la Germania (645), la Francia (492) e il Belgio (357). Secondo il numero dei soci, il primo paese è invece proprio quest’ultimo (140.987 iscritti alle associazioni italiane), seguito da Germania (77.731), Svizzera (60.138) e Francia (36.621). Naturalmente non tutti gli iscritti devono essere italiani, se prendiamo il caso degli associati nel Belgio e teniamo conto degli immigrati italiani in quel paese risulterebbe altrimenti che 1 su 2 è iscritto.

Sempre secondo Colucci, la maggior parte delle associazioni italiane all’estero cresciute tra il 1945 e il 2000 ricade in una di queste categorie: assistenziali (è l’universo dei segretariati, dei patronati, delle strutture sociali e sanitarie, delle associazioni dedicate all’assistenza della terza età, dei gruppi legati ai sindacati e al mondo del lavoro e della previdenza sociale e alla scuola), culturali (biblioteche e promozione della lingua e della cultura italiane, ma anche i dopolavoro); ricreative (cibo, calcio in tv, ballo, carte, bocce), sportive e infine quelle regionali, che a partire dalla nascita delle regioni in Italia nel 1970 crescono a ritmi accelerati ricevendo denaro dall’area di provenienza, pur se non soppiantano del tutto le altre forme di associazioni legate ad origini locali.

I dati del Ministero degli Esteri ci permettono ancora oggi di vedere quanti siano i patronati all’estero (ACLI, ENAS, ENASCO, EPAS, EPASA, INAS, INCA, INPAS, ITAL, SIAS). Vari siti, come quello della fondazione Paolo Cresci di Lucca, schedano le associazioni nazionali, regionali e locali nel mondo e ne ricostruiscono in parte la storia. Inoltre un sito scheda le associazioni italiane in tutti e cinque i continenti, Italians Net – Associazioni italiane all’estero, partendo dalla schermata http://www.italiansnet.it/tutti_i_paesi.htm. I numeri sono sempre notevoli e rivelano centinaia di associazioni in paesi come gli Stati Uniti e il Canada, il Brasile e l’Argentina, l’Australia, il Belgio, la Francia, la Germania e la Svizzera., ma le associazioni sono numericamente diminuite rispetto al picco registrato nel 2000.

Questo calo è in gran parte dovuto alla scomparsa degli aderenti alle associazioni, che facevano parte del mondo “vecchio” dell’emigrazione, e alla scarsa attenzione dei loro figli e nipoti. Se torniamo infatti al documentario di Ramirez e Princigalli, i tre compagni di Montréal parlano alla fine dell’opera di come i loro figli non vogliano fare niente per la comunità di appartenenza e in più rifiutino la partecipazione politica e l’andare in Chiesa, perché ritengono che i politici e i preti si comportino da ipocriti, predicando in un modo e comportandosi in un altro. Dunque è già all’interno delle famiglie degli italiani all’estero dal secondo dopoguerra che si disgrega un tessuto associativo.

A questo si aggiunga la tendenza dei nuovi migranti a non mischiarsi ai vecchi, perché ritengono la propria esperienza all’estero come qualcosa di temporaneo e sperano di ottenere qualcosa di diverso, se possibile in patria. Inoltre i nuovi migranti hanno iniziato la propria trasferta sfruttando le risorse del web, in particolare come luogo di incontro e di raccolta delle informazioni, e quindi si sono a lungo fidati di strumenti quali blog o liste di discussione. Marida Cevoli e Rodolfo Ricci (Le nuove emigrazioni italiane, in Fondazione Di Vittorio, (Im)migrazione e sindacato, a cura di Emanuele Galossi, Ediesse 2017, cap. 13) hanno segnalato come nel 2016 vi fossero centinaia di gruppi su Facebook. Tuttavia andrebbe valutato il fatto che tre anni dopo molti di quei gruppi sono scomparsi, mentre molti siti e molti blog sono sempre meno aggiornati, mentre crescono quelli promozionali ma non strettamente legati all’emigrazione come https://www.italiani.it/, oppure quelli professionali. Si pensi alle reti associative dei ricercatori italiani all’estero, in genere sostenute e sponsorizzate dal MAECI (ne esiste un repertorio aggiornato al 2019: https://www.innovitalia.net/pagina_innovitalia/ricerca-italiana-all-estero/) e dalle sue ambasciate. Per esempio, dal 2015 l’ambasciata a Washington registra le associazioni italiane nel mondo, in particolare quelle attive negli USA, vedi a https://ambwashingtondc.esteri.it/.

Enrico Pugliese (Quelli che se ne vanno, Il Mulino 2018) ricorda che il problema dell’associazionismo tradizionale è legato alla sua incapacità di attirare più i giovani e questo potrebbe spiegare la perdita di appeal sia presso le seconde e terze generazioni della vecchia emigrazione, sia presso la nuova. Tuttavia anche qui bisognerebbe considerare che persino i nuovi migranti hanno cominciato a presentarsi ai patronati chiedendo aiuto per tutti i problemi loro causati dalla precarietà lavorativa all’estero. Inoltre andrebbe studiato se il fatto che Regioni mantengano consulte e consigli per l’estero porti a forme di collaborazione con i migranti più giovani (che siano nuovi o seconde generazioni).

In ogni caso non è più possibile adottare toni trionfalistici. L’Assemblea Plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, riunitasi dal 5 al 7 dicembre 2008, approvò il documento di uno specifico gruppo di lavoro sull’associazionismo italiano all’estero, promosso dal Consiglio Generale degli Italiani, nel quale era sottolineato il valore innegabile dell’associazionismo italiano all’estero. Ora invece la situazione è andata peggiorando, soprattutto per le associazioni che non offrono servizi pratici o che ne offrono troppo pochi. Ai migranti giovani non interessano dopolavori o club di discussione, ma strutture di sostengo pratico. Inoltre andrebbe valutata la questione del non impegno politico o religioso giovanile, ricordata dagli intervistati di Ramirez e Princigalli: I giovani italiani e i giovani di origine italiana non sono più interessati a forme di organizzazione politica e culturale, che non trovano riscontro nel loro mondo e non riscuotono la loro fiducia.

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