Libera circolazione e squilibri territoriali, di Grazia Moffa

L’dea di fondo di queste brevi note è quella di affrontare la tematica delle emigrazioni attraverso  un approccio che tenga conto delle differenziazioni territoriali .

Partendo da questa premessa si propongono alcune considerazioni: 1) il fenomeno dell’emigrazione italiana ha raggiunto una portata tale che gli studi sulle life stile migration o sulla cosiddetta fuga dei cervelli non sono più sufficienti ad illustrarne il quadro. 2) Si tratta di un fenomeno di massa, che ha ormai derive di precarizzazione su scala internazionale. 3) Questa emigrazione nasce non in momento di boom economico ma in un momento di crisi in una fase di natalità bassa. 4) Alla luce dei punti precedenti è necessario soffermarsi sugli aspetti di crisi che hanno investito l’Italia e sugli squilibri territoriali tra regioni e all’interno delle stesse.

Entrando brevemente nel merito si evidenzia che dati dimostrano che l’emigrazione italiana ha una dimensione forzata perché è un prodotto degli squilibri territoriali interni ed esterni alla nazione. Nel nostro Paese  ci sono forti squilibri territoriali anche all’interno di una sola regione, pertanto gli effetti dell’emigrazione si distribuiscono in modo diverso impoverendo ancor più le aree più deboli. I comuni con meno di 5000 abitanti sono più esposti alla desertificazione sociale.  Ormai la ripresa dell’emigrazione appare in tutta la sua evidenza ed è necessario intervenire, con una proposta unitaria di approccio alle dinamiche e alle questioni migratorie che tenga conto che le aree interne già a rischio demografico. Queste aree meritano un’attenzione maggiore con nuovi criteri distributivi delle risorse, ad esempio elaborando una ridistribuzione dei parametri delle difficoltà territoriali non per abitante ma per superfice.

Tra gli effetti negativi delle emigrazioni, infatti, ci sono sicuramente lo spopolamento e la perdita del capitale umano. Nelle realtà a bassa densità di popolazione è evidente che bisogna intervenire con progetti che rendano libera la scelta di partire ma anche quella di rimanere. In Italia circa il 70 per cento dei comuni ha meno di 5000 abitanti e di questo passo ci sarà un impoverimento sempre maggiore. È bene ricordare che questa emigrazione diversamente dal passato non pensa di rientrare, non ci sono investimenti edilizi, né rimesse.

A titolo esemplificativo prendiamo la Campania, qui ben oltre  60 per cento della superfice è occupato da comuni con meno di 5000 abitanti: ben 338 su 550.  È evidente che il territorio campano presenta differenziazioni che meritano di essere affrontate con politiche di sviluppo ad hoc. Infatti se passiamo ad un’analisi per provincia i dati evidenziano immediatamente che per alcune province il fenomeno è particolarmente elevato. Prendiamo ad esempio Benevento dove  la maggior parte dei comuni si trova ad essere al di sotto dei 5000 abitanti ( ben 70 su 78) con  alcuni comuni che  superano questa soglia  per poche centinaia di unità. A questo si aggiunga  il trend della  popolazione residente  dal  2010 presenta un andamento negativo.

In queste aree bisogna intervenire per ristabilire e allargare la base della piramide dell’età.

Il pericolo di un circolo vizioso verso il basso è sempre più vicino. In queste zone mancano le infrastrutture o sono difficilmente  accessibili,  mancano i servizi o si rischia la chiusura di scuole,  uffici postali, i presidi sanitari ecc.  Questi aspetti chiaramente contribuiscono allo svuotamento.  Una spirale negativa che potrebbe essere capovolta proprio puntando sulle infrastrutture sociali, diversi studi, infatti, dimostrano che questo è un modo per ridurre il disagio e rendere un territorio attrattivo. Le politiche di welfare e le infrastrutture sociali possono essere elementi di attivazione e rigenerazione del tessuto economico e civile. Per contrastare una vera e propria desertificazione sociale si necessita di politiche attrattive contro gli esodi. In quest’ottica le comunità di migranti all’estero rappresentano una risorsa così come le politiche di rientro (ovviamente senza percorre i falsi miti del passato) fondate sullo sviluppo di startup.  Inoltre è evidente come sia necessario considerare la popolazione immigrata come risorsa per lo sviluppo territoriale.

La Legge sui piccoli comuni del settembre 2016 costituisce un’opportunità. È necessario tuttavia che ci sia una programmazione di lungo periodo nei territori e che le risorse non siano polverizzate in mille rivoli. Interessanti esperimenti da cui partire riguardano le cooperative di comunità che meritano un approfondimento a parte.

In questo quadro non si possono offrire conclusioni, le sfide da sostenere nel breve periodo  sono importanti e  i risultati dipendono dalla gestione politica: si può scegliere di rendere o meno libero il diritto ad emigrare (anche nel senso di rimanere) e se fare o meno della libera circolazione (di individui e non solo di merci) un possibile volano di sviluppo.

 

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